Dall’Italia – Addio a Dario Fo, premio Nobel per la Letteratura
13 ottobre 2016 Share

Dall’Italia – Addio a Dario Fo, premio Nobel per la Letteratura

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E’ morto a 90 anni a Milano l’attore e scenografo Dario Fo. Aveva vinto il premio Nobel per la Letteratura nel 1997.

Era ricoverato da qualche giorno all’ospedale “Sacco” del capoluogo lombardo per una serie di complicazioni polmonari. Dalle commedie farsesche degli anni 60 al teatro politico dei 70, fino alle ultime opere incentrate soprattutto sui grandi dell’arte, è stato un monumento del teatro italiano.

Una carriera multiforme, all’insegna sempre del teatro (e dell’impegno) politico, declinato ora sui modelli della farsa, ora del monologo. A partire dagli anni 60 quelli del teatro farsesco, in coppia con Giustino Durano.

Sono di quegli anni “Il dito nell’occhio”, “Chi ruba un piede è fortunato in amore” e “Gli arcangeli non giocano a flipper”.

Con “Settimo: ruba un po’ meno” (1964) inizia a farsi strada il teatro di denuncia, sempre portata avanti attraverso l’arma della risata, che prosegue con “Isabella, tra caravelle e un cacciaballe” e “La signora è da buttare”.

Con il ’68 e i movimenti di protesta, Dario Fo e Franca Rame decidono di uscire dai circuiti ufficiali dei teatri per esibirsi in fabbriche e università occupate, e poi trovare sedi in luoghi diventati simbolici, come il capannone di via Colletta e la palazzina Liberty di Milano, quartier generale de La Comune (così si chiamava la compagnia teatrale) fino a inizio anni 80. Sono di questo periodo le pièce più impegnate: “Mistero Buffo” (1969), “Morte accidentale di un anarchico” (1970), scritto sulla morte nei locali della questura di Milano di Pino Pinelli, accusato per la strage di Piazza Fontana. E poi “Pum pum, chi è? La polizia!”, “Non si paga, non si paga”.

La sua opera più importante e celebre è “Mistero Buffo”, insieme di monologhi che si inserisce nella tradizione della Commedia dell’arte e dei giullari.

Attraverso il grammelot (lingua onomatopeica che riproduce solo il suono delle parole) o testi che affondano nei dialetti e nei linguaggi popolari del 400 e 500, Fo racconta episodi storici e dei vangeli apocrifi, con l’obiettivo di mostrare come la cultura ufficiale abbia saccheggiato quella popolare a proprio uso e consumo. Sullo stesso filone si inseriranno negli anni 80 e 90 “Storia della tigre e altre storie”, “Fabulazzo osceno” e “Johan Padan alla descoverta delle Americhe”. Al teatro più tradizionale invece appartegono opere come “Il Papa e la strega”, dove comunque al centro c’è la critica alla chiesa.

Il 1997 è un anno cruciale.

Non solo perché l’Accademia di Svezia lo insignisce del premio Nobel per la letteratura.

Ma anche perchè questo momento è una sorta di spartiacque. Come c’è un Benigni pre e uno post Oscar, c’è un Dario Fo pre-Nobel e uno post. Quello che per molti era il contestatore, l’estremista, il comunista, diventa improvvisamente un monumento da venerare. Arrivano nel corso degli anni le lauree honoris causa (dalla Sorbona di Parigi, dall’università di Wolverhampton e dalla Sapienza di Roma) mentre gran parte delle sue opere degli ultimi anni prendono una direzione diversa. Anche se non mancano spettacoli più prettamente politici come “Marino libero, Marino è innocente” (sul processo Sofri), la maggior parte delle produzioni sono all’insegna della cultura, pur sempre con il gusto per il racconto alternativo a quello della storiografia ufficiale. Ecco quindi “Le lezioni sul teatro” e quelle su maestri della pittura come Leonardo, Mantegna, Raffaello, Caravaggio e Giotto. D’altro canto Fo ha studiato all’Accademia di Belle arti di Brera e la pittura è da sempre una sua passione. Sue sono le scenografie dei suoi spettacoli e i bozzetti per scene e costumi. Il comune di Milano gli ha anche dedicato una mostra antologica nel 2012.

Anche la morte di Franca Rame nel 2013, compagna di una vita e braccio destro nell’attività artistica, non lo ha fermato. La scorsa primavera è stato inaugurato a Verona l’archivio Dario Fo-Franca Rame, aperto a studiosi e non solo. Nei magazzini del grano di Verona, recentemente restaurati, trovano spazio copioni, manoscritti, stesure progressive, disegni, dipinti, bozzetti, manifesti, copie di contratti, fatture, libri, articoli, costumi, pupazzi, marionette, scenografie, locandine e foto di scena. Per permettere anche alle future generazioni di conoscere un pezzo così importante della cultura del nostro tempo.