Fuck the System | AGOGHE’
15 novembre 2017 Share

Fuck the System | AGOGHE’

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Facciamocene una ragione. Il pallone italiano che gli svedesi – mica i brasiliani, eh – hanno preso a calci in culo l’altra sera è solo la metafora di un Paese in ginocchio, governato per decenni da chi ha esclusivi scopi privatistici.

Destre e sinistre a farsi i loro porci comodi, ingrassando i padroni, le banche e umiliando i lavoratori, ma soprattutto costringendo i nostri giovani a fare armi e bagagli per emigrare, possibilmente nei Paesi anglosassoni, perché quelli di origini latine non funzionano.

Il movimento calcistico è governato da tal ragionier Tavecchio, di anni 74 che, ovviamente, ha voluto un matusa al suo fianco – magari da manipolare alla bisogna – uno come Ventura, tecnico che nella sua vita oltre a non vincere nulla, non ha praticamente mai calcato i campi internazionali.

E se è vero com’è vero che il pesce puzza sempre dalla testa, allora profetiche del fallimento sono sembrate le prime sortite del ragionier Tavecchio a capo della Federcalcio. Ricordate le battutacce di infima categoria su Balotelli o sul calcio femminile? Cosa ci si poteva aspettare da uno che sceglie Conte – tecnico vincente, eh – ma umanamente discutibile come evidenziano i fatti di quando allenava il Bari o quelle sue dichiarazioni in cui la colpa è sempre degli altri.

L’Italia, ormai, è diventata un’Italietta piccola piccola, un po’ come il borghese incarnato da Alberto Sordi in un celebre film nel quale faceva di tutto per infilare un figliolo nullafacente in massoneria, nella speranza che l’obbedienza gli regalasse una vita migliore. Morto in un incidente causato da un giovinastro, Sordi si vendicherà rinchiudendo e torturando il carnefice del figliolo cresciuto con tanti sacrifici.

Tavecchio sembra aver voluto imboccare la via delle scorciatoie moralmente discutibili anche queste, per tentare di raggiungere successi sportivi lontani anni luce dal suo essere.

La mortificazione che ha imposto al “Bel Paese” è qualcosa di avvilente. Ancor di più se si considera che la premiata ditta Tavecchio&Ventura non ha alcuna intenzione di rassegnare le dimissioni per poter continuare ad approfittare di status, benefit e pecunia, molta pecunia. Una vergogna. Per fortuna ci sta pensando la casa dello sport italiano, il Coni, a lanciare strali che bruceranno al rogo la governance fallimentare della Figc.

Ciò che più lascia basiti, però, è l’arroganza con la quale i due vogliono rimanere abbarbicati alle loro poltrone, infischiandosene dei risultati – in Italia contano solo quelli – del fallimento su tutta la linea, in barba a tutti quegli italiani che ogni mattina si alzano per farsi un mazzo tanto per poi non arrivare a fine mese e grazie ai quali il mondo pallone sopravvive.
Il “sistema pallone”, dicevamo, è marcio ed è metafora, espressione diretta del “sistema politica” italiano. Nessuno perde. Mai.

Tutti vincono e ci beffano autonominandosi nel sistema politico più autoreferenziale al mondo.

Avete presente il day after delle elezioni? Chi vince festeggia per mesi, ci fa le pernacchie, si bea dei privilegi che acquisirà e perderà di vista i problemi da governare, con il conseguente decadimento di valori e bene comune. Chi perde fa la pulce ai vincenti, si arrampica sugli specchi per dimostrare, in un valzer fra percentuali e numeri, che in fondo in fondo, non ha perso e non si lascia sfiorare minimamente dal pensiero che ad un fallimento devono corrispondere le dimissioni, come accade in tutti i Paesi che potremmo definire “civili”.

Nel caso di specie il Pd docet. I dem sembrano maestri nel sovvertire i numeri, un po’ come quelli del movimento anti fusione che nel fare la conta non considerano oltre 8mila residenti all’estero a Corigliano e 3mila a Rossano – un quarto dell’elettorato, eh – e che non torneranno mai per votare.

Prendiamo ad esempio il Pd di Rossano: all’ultima tornata amministrativa raggiungono appena il 9% – i minimi termini mai raggiunti prima da una “storia” senza uscita – ma dichiarano di aver vinto perché saliti sul carro dei vincitori.

Bah, contenti loro. Un po’ come la premiata ditta Tavecchio&Ventura. Sperando, però, che il Coni li spazzi via, resetti l’Italpallone e che riorganizzi tutta la filiera, partendo da quei settori giovanili di A, B e C che ti chiedono uno “sponsorino” di 20mila euro per far giocare titolare il pargolo e che ti crescono insegnando solo a cadere in area di rigore per fottere il sistema.

Ripartiamo da Maldini, Albertini, Baggio e Ancelotti.

Luca Latella