La Clementina della Sibaritide: l’oro dimenticato| AGOGHE’
26 ottobre 2017 Share

La Clementina della Sibaritide: l’oro dimenticato| AGOGHE’

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Quando si parla della piana di Sibari si parla anche di una delle sue eccellenze: la clementina. Nel corso degli anni, e soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, non era solo un frutto ma un autentico motore che mandava avanti famiglie e la solida economia di questo territorio.

Ora ne rimane solo il ricordo.

Portare avanti un agrumeto è un autentico atto di amore, non di certo finalizzato al guadagno. Perché è così, quel pezzo di terra pullulato di alberi da frutto è ormai visto come una tradizione da continuare, un sacrificio da portare avanti da chi è rimasto per mantenere vivo il ricordo di padri e nonni che grazie a quelle piante avevano trovato un riscatto e la possibilità di far studiare e debellare i soprusi e la povertà.

Ma anche la clementina è finita imbrigliata negli ingranaggi del capitalismo e della globalizzazione. Una pepita, per quanto preziosa, non può reggere alla concorrenza spagnola o nordafricana. I dati, se spiluccati, lasciano un profondo senso di tristezza.

Solo agli inizi degli anni ’90, nell’epoca d’oro, un ettaro fruttava al piccolo proprietario una somma che poteva arrivare anche ai 30 milioni di lire. Adesso la soglia è crollata ad un massimo di 7 mila euro. Tradotto in numeri, se nel 1991 si voleva vendere un chilogrammo di prodotto la filiera ti garantiva anche 1.200 lire, nel 2017 l’offerta non supera i 25 centesimi, se primizia, attenzione.

Non è complicato avvertire un senso di abbandono negli occhi e nelle dignità dei coltivatori diretti, come non è difficile trovare risposte a tutto questo. La concorrenza è sì senza scrupoli e senza regole, ma questa è una storia anche di mancanze. Deficitarie sono le cooperative che stentano ad imporsi per proteggere il prodotto e preservare il piccolo imprenditore dalla giungla della filiera.

Assente è la politica che non fa mai nulla per portare avanti una linea protezionistica in tal senso o, per lo meno, di promozione del prodotto. Infine, alti e in aumento i costi per la coltivazione. In questo marasma a fare la voce grossa sono, come chiamati in gergo, i “compratori”. Essi, a differenza del piccolo proprietario terriero, si sono organizzati e uniti, e hanno costituito un vero e proprio “cartello” che garantisce loro di non sfondare la richiesta dei famigerati 20-25 centesimi al chilogrammo.

Ciò non significa di ritrovarsi di fronte a qualcosa di poco limpido, gli interessi nella situazione economica attuale non lasciano spazio ad alcuna alternativa. Ma la domanda che ronza nella testa degli eroi che in questo periodo vedono quelle poche migliaia di euro in saccoccia è solo una: le istituzioni dove sono? Un intero comparto economico, fiore all’occhiello e vanto della Sibaritide, sta morendo.

I giovani, nonostante idee brillanti venute fuori negli ultimi anni, vanno via per mancanza di futuro in questo settore. Chi è più grande, invece, vende e getta la spugna, nonostante i ricordi di vita che quel lembo di terra, solco sacro di padri e nonni, fa riaffiorare.

Josef Platarota